Dominazione Romana in Sicilia

La storia non permette mai che la fortuna politica e militare duri troppo a lungo. Infatti, ecco farsi avanti una nuova potenza, che nel frattempo era giunta fino allo stretto di Messina: Roma .Cartagine (potenza marittima e coloniale) e Roma (potenza continentale) erano, sino a quel momento riuscite a vivere in armonia; ma, quando i due colossi si trovarono di fronte, divenne inevitabile lo scontro in cui una delle due era destinata a soccombere. Basto quindi una scintilla per fare scoppiare il primo di quei conflitti che passeranno alla storia con il nome di “Guerre Puniche”. I Marmetini, soldati mercenari provenienti dalla Campania, dopo la morte di Agatocle si impadronirono di Messina, massacrando gli uomini della città e dando a questa il loro nome. Essi controllavano lo stretto, devastarono la parte orientale dell’isola, e si allearono con i Cartaginesi, i quali cominciarono a conquistare il territorio siculo. Roma, a sua volta, affascinata dalle ricchezze agricole della Sicilia, dai tesori delle sue città e soprattutto dalla posizione strategica dell’isola, avendo compreso l’intenzione dei Cartaginesi di crearsi un avamposto bellico, decise di fare la sua comparsa in Sicilia. Posto piede in Sicilia nel 270 a.C., essi pensarono naturalmente a diventarne i padroni. Scoppiò, così, la prima delle tre Guerre Puniche (264-241 a.C.) al termine delle quali Roma si trovò padrona di tutto il Mediterraneo. L’isola diventò una provincia romana e rimase tale per quasi mille anni. Pochi gli avvenimenti durante questo millennio, la vita continuò nel nuovo ordinamento civile che Roma impose alla Sicilia, cercando tuttavia di rispettare i costumi e le tradizioni squisitamente greci. Il sistema di governo seguito dai romani nell’isola era autocratico; la maggior parte delle città siciliane vennero sottoposte a tributi che consistevano nella decima raccolta di grano e di orzo. Roma usufruiva anche di acquisti forzosi richiesti per il mantenimento del governatore romano e dei suoi funzionari. La decima dei siciliani costituiva la principale risorsa in grano di Roma; per l’abbondante produzione la Sicilia venne, infatti, chiamata “il granaio della repubblica”. Non tutte le città sicule si assoggettarono alla politica di sfruttamento dei romani, contro i quali si ribellarono, ma ciò costò loro la confisca dei territori a vantaggio del popolo egemone. Durante la dominazione romana affluì molta manodopera a basso costo, ciò incoraggio i ricchi ad incrementare la produzione nelle grandi proprietà e sorsero nuovi borghi soprattutto in campagna poichè la popolazione preferiva la vita dei campi. Nonostante la coltura del grano fosse la primaria fonte di sostentamento dell’isola, non diede veri incrementi vantaggiosi per la Sicilia, probabilmente a causa dello sfruttamento che i romani fecero delle fertilissime terre sicule. Il tenore di vita era perciò basso ma, secondo Mack Smith, la mancanza di emigrazione in quel periodo dimostra l’esistenza di una certa sicurezza nelle direttive del nuovo governo. Dopo la morte di Augusto, la Sicilia conobbe di migliore serenità: la decima fu abolita ed il sistema tributario radicalmente riformato. D’alta parte, lo sviluppo dell’economia del Nord Africa e l’annessione dell’Egitto come provincia romana avevano fornito nuove forme di approvvigionamento di grano per i romani e pertanto il grano siciliano non era più indispensabile.La Sicilia pertanto concluse la sua funzione portante nell’economia della repubblica e divenne, per l’aristocrazia romana, solo una regione periferica d’Halia, l’Etna e Siracusa erano solo delle attrazioni turistiche di grande rinomanza.
Ben presto fu estesa la cittadinanza romana a tutta la popolazione libera ma l’isola mantenne una certa identità geografica. Tutta l’età imperiale fu caratterizzata da un certo disinteresse politico dei siciliani i quali non dimostrarono di volersi fare avanti nel governo o nella società romana. Questo atteggiamento fu controproducente per gli isolani in quanto diedero pieno potere ai dominatori che ne approfittarono per sottometterli. Pretori incapaci ed ingordi, la piaga del latifondo, la disoccupazione sempre crescente per l’importazione di masse di schiavi sempre più imponenti dall’oriente sono le cause della decadenza della Sicilia sotto il dominio di Roma. Per quanto riguarda la lingua, i romani non seguirono di latinizzazione delle province in cui l’influenza (nonchè la lingua) greca era presente. Quindi in Sicilia la massa della popolazione continuò a parlare greco e soltanto coloro i quali era affidata l’amministrazione erano bilingue. La religione era Sincretica: erano stati adottati il culto di divinità orientali o egiziani ed erano stati armonizzati con le credenze greche. Verso la fine del VI secolo tra le comunità ebraiche dell’isola mise radici il cristianesimo.Pare proprio che la Sicilia fu la prima che sentì pronunciare, per bocca di Pietro e Paolo il nome di Cristo. A Siracusa le tombe più antiche risalgono solo al 200. Tra i martiri siciliani che sacrificarono la loro vita per la fede in Cristo ricordiamo Sant’Agata, Santa Lucia e Santa Rosalia . Diverse leggende, legate a credenze popolari, narrano la storia ed il martirio delle tre vergini siciliane.Numerose e suggestive sono le leggende fiorite attorno alla figura della Santa giovinetta di Catania. Alcune di esse riguardano le iscrizioni Agatine di MSSHDEPL e NOPAQUIE che si leggono sulle porte del Duomo di Catania e su molti monumenti Agatini. La prima iscrizione significherebbe che, la mente di S. Agata sana e spontanea, per l’onore di Dio e per la salvezza della sua città; la seconda significa: “non offendere la patria di S. Agata perchè essa è vendicatrice di offese”, queste parole, secondo ciò che si tramanda, distolsero Federico II di Svevia dal condannare a morte i catanesi colpevoli della ribellione contro di lui. Tra le altre leggende che hanno un tono più squisitamente popolare citiamo quella riguardante l’orma del piede lasciata da S. Agata, sulla pietra che si conserva nella chiesa del Santo Carcere: si narra che Agata innervosita dall’insistenza di Quinziano, battè il piede a terra dicendo che sarebbe stato più facile rendere morbida quella pietra che cedere il suo amore a Quinziano. Ma l’amore, a volte, rende l’uomo ostinato ed incapace di accettare anche il più evidente rifiuto e fu così che Quinziano chiese ancora una volta la bella Agata in sposa; questa disse che l’avrebbe sposato solo se in tre giorni le avesse regalato un lago nella zona più alta di Catania, sicura dell’impossibilità della sua richiesta, ma Quinziano disposto a tutto a mezzanotte vendette la sua anima al diavolo Nicito nei pressi di Porta Uzeda; cosi il diavolo incanalò il fiume Amenano fino a farlo raccogliere nella parte più bassa di Nesima. Agata rimase sbalordita di fronte a tale prodigio e rassegnatasi al suo destino chiese a Quinziano di battezzarsi con l’acqua del lago, ma essendo l’acqua del lago fatata l’imperatore preso dall’incantesimo fece martirizzare Agata, ma resosi conto di ciò che aveva commesso si buttò disperato nel lago Nicito che non poteva più avere l’anima di Quinziano fece esplodere il lago inabissandolo ed il cadavere di Quinziano rotolò fino a Porta Uzeda, secondo la credenza popolare ogni anno il 5 di febbraio a mezzanotte si sente una voce che chiama dal profondo del mare “Agata” ed una voce femminile rispondere “Quinziano sei salvo “legati alle leggende di S. Agata sono dei dolci tipici: le olivette, a questo proposito si narra che mentre la martire veniva condotta al tribunale si fermò per allacciarsi una scarpa ed in quel punto nacque un ulivo.
Nelle leggende Agatine compare una figura molto ambigua accanto a quella di Agata a cui è legata un’espressione popolare: FURDIZZIA. Pare che Quinziano affidò la casta Agata ad una donna dalla vita molto navigata di nome Afrodisia per piegarla ai suoi desideri, il nome di Afrodisia fu poi storpiato in Furdizzia termine con cui si indica ogni donna cattiva e corrotta. Alla città di Siracusa è legata la figura di S. Lucia anch’essa martire per il suo amore verso Dio. Essa rifiutò di sposare un nobile patrizio pagano. Secondo la tradizione le furono cavati gli occhi e pertanto è considerata la protettrice della vista. La Santa di Palermo è invece S. Rosalia, una nobile giovane di origine normanna; venuta a conoscenza del verbo cristiano si convertì e condusse una vita di penitenza sul Monte Pellegrino della giovine furono ritrovate solo le ossa che salvarono Palermo dalla peste. Il culto della Madonna in Sicilia è molto sentito ed è testimoniato da diverse leggende divine. Tra le quali è doveroso citare quella legata al culto della Madonna nera di Tindari: si narra di una donna venuta con il figli in braccio ad ammirare la statua della Madonna. Questa non nascose il suo disappunto nei confronti di essa reputandola brutta; improvvisamente il bambino scomparve come per miracolo dalle sue braccia e lo vide galleggiare tra le onde del mare; la donna disperata ed al tempo stesso esterrefatta dell’accaduto temette l’ira divina e chiese umilmente perdono per l’offesa fatta la Madonna ebbe pietà della poveretta e fece ritirare le onde lasciando emergere banchi di sabbia man mano che la donna si avvicinava al bambino per riprenderlo. Il fiorire del cristianesimo in Sicilia segnò un vero e proprio trionfo sul paganesimo ormai destinato a scomparire dalla scena. L’isola conobbe tutte le conseguenze negative derivanti dalla disgregazione del mondo Romano. Sicuramente però la sua ricchezza agricola la mise al riparo dalle carestie più gravi ed inoltre la sua posizione geografica servì a proteggerla più a lungo dalle incisioni barbariche. La dominazione romana in Sicilia non fu caratterizzata dallo stesso entusiasmo e da quel fascino tutto orientale della Sicilia greca. “L’isola del sole” visse un periodo di decadimento generale, conseguenza del disinteresse culturale dei pretori romani il cui unico scopo era non tanto espandere la loro civiltà, diffondendone la cultura, la politica, il sistema sociale ed economico quanto sfruttare la nostra isola tanto rigogliosa e fertile ed i suoi abitanti. In effetti la civiltà romana non ebbe alcun peso incisivo nella nostra cultura e non riuscì ne tentò di sconfiggere la grecità dei siciliani. Le uniche testimonianze del dominio romano sono fornite dalle costruzioni architettoniche: teatri, ginnasi, terme, opere idrauliche ed anfiteatri. Durante questi secoli la Sicilia si trasformò ed acquistò a poco a poco un nuovo aspetto non più poche splendide e potenti città ma una fitta rete di piccoli centri.