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radio_zeta_staffPrima che il computer, prima che internet irrompesse sulla vita quotidiana di ognuno di noi, impazzava un'altra moda una vera epidemia, era la radio libera. Erano gli anni 70 poco più di trentanni fa, quando cominciarono a proliferare le radio libere, le radio di quartiere. Era una vera epidemia, non si riusciva più a far a meno della radio e la sua musica, entrava in ogni casa,  si portava ovunque il piccolo elettrodomestico per ascoltare musica leggera, anche la notte. La radio trasmetteva ogni genere di musica, era appunto libera senza quei rigorosi palinsesti che la radio di Stato osservava scrupolosamente.  “I programmi” così chiamati,  non avevano nulla di programmato. Quello che andava per la maggiore era il programma delle dediche e richieste, affollato da dediche fatte in diretta radio. Poi immancabile il programma dei quiz. Naturalmente per tenere impegnati, quanti più ascoltatori possibili.

 Cominciarono anche le pubblicità locali, da cui si ricavavano i fondi per finanziare l'acquisto di attrezzature e naturalmente anche dei dischi, ancora rigorosamente in vinile. Naturalmente cominciarono a farsi strada i nomi dei conduttori più famosi, per lo più amici o vicini di casa. Un fenomeno che portò cambiamenti di costume, sopratutto segnò in modo tangibile l'approccio tra i maschi e le femminucce, fino a quel periodo ancora, esseri tra di loro sconosciuti. In Italia il via libera al proliferare delle radio arrivò dopo il 1975 festeggiata con una famosa canzone di Eugenio Finardi “La radio”.  Durante il terremoto in Friuli nel 1976, non esisteva ancora la Protezione Civile con tutto il sua apparato di radio amatori. La Radio era una radio di servizio per i soccorritori per cui la normale programmazione venne sospesa. Per giorni non si trasmetteva altro che il bollettino delle vittime, mi mancava la musica, per un ragazzo era anomalo non poter ascoltare della musica. A casa cominciammo a girare la manopola per caso, quando a sorpresa scoprimmo Radio Paternò. Non sapevamo se ridere di gioia, o lasciarci stupire dalla novità. La musica trasmessa era bellissima, quella che andava per la maggiore a quei tempi. In quegli anni cominciarono a proliferare le band, Camaleonti, Nomadi la Pfm, mentre i big, Morandi, Cinquetti, Celentano, Nada, Marcella, Mia Martini, Ranieri erano sulla cresta dell'onda. Durante il giorno le loro canzoni si passavano anche più volte per il piacere dei radio ascoltatori che ne facevano richiesta. Fare una radio sembrava una cosa facile a farsi, così anch'io e i miei compagni di scuola, oggi attempati e con  pochi capelli, tentammo di costruire una emittente radiofonica. Eravamo nel pieno degli anni 70, gli anni che diventarono della modulazione di frequenza. Da Radio Etna  a Radio Paternò Centrale, Radio Paternò libera (quella di Sinistra) e poi la indimenticabile Radio Zeta, con sede storica tra la Consolazione e la Torre. A mettere insieme transistor condensatori e resistenze fu Barbaro Tortorella, coadiuvato dai fratelli Roberto e Silvio. Per molti anni, il direttore dei programmi fu Pippo Torrisi (oggi noto avvocato ed amministratore della città), Ninì Carbonaro altra voce storica. Programma indimenticabile la “Rinfusa” proprio nell'ora di pranzo. Poi le richieste con Fred Guarnera. Belle le voci di Enzo, Saretto, di Nuccio Scandurra e Maria. E anche di tanti altri. La musica invadeva l’etere di Paternò, e c’era chi, come un futuro giornalista come Stefano Arcobelli, cominciava il suo cammino mediatico proprio in FM. - Che significava fare il dj in quegli anni?
«Ci trovavamo a casa mia, con altri amici e compagni di scuola: uno portava il giradischi, l’altro alcuni long playing, chi aveva l’antenna e chi portava il registratore. Mandavamo in onda musica e notizie sportive, poi dalla casa di Barbaro Messina, che ci prestava il telefono, riuscivamo  di domenica a trasmettere le prime radiocronache del Paternò. Insomma, ci ingegnavamo con  mezzi a dir poco scarsi e tanto entusiasmo. Io, poi, passai anche all’esperienza di Tele Paternò Nuova, e mi servì ulteriormente per crescere e professionalizzarmi vicino a maestri come Giovanni Palumbo, ma certo quel programma quotidiano che cominciavo la mattina negli anni della ragioneria con la sigla di Rocky non potrò mai dimenticarlo. E quante telefonate, quante richieste di dediche. Solo che quelli erano anni del rock e magari a Paternò piacevano di più gli Homo Sapiens e i Beans».  - Cosa hanno significato le radio libere per la città?
«Fu come una rivoluzione, un modo per allargare gli orizzonti: io ad esempio utilizzai questo trampolino per dedicarmi poi alla scrittura. In anni in cui non c’era ancora Internet, per noi la radio fu un modo di comunicare, esprimere emozioni, socializzare direi. E poi, in fondo, c’era pure rivalità tra chi riusciva "a fare meglio degli altri" i programmi. Crescemmo tutti».
Un punto di riferimento?  «Sicuramente i fratelli Tortorella, avevano uno stile definito: si accorsero prima degli altri, che a un certo punti bisognava superare anche il ruolo del dj e mandavano musica no-stop senza bisogno di commenti, fare il dj diventava un’occasione di visibilità ma talvolta di protagonismo e dilettantismo sgradevoli. Io guardavo piuttosto alle esperienze delle radio di Catania, ma anche a Radio 1 della Rai e a grandi dj come Michel Pergolani. Volevo sempre guardare alla finestra, oltre il mondo di Paternò, oltre il nostro orticello».
Perchè non hai continuto con la radio?  «Perchè lo sport in un certo senso mi rapì. La chiamata della Gazzetta dello Sport mi portò a Roma, e finii per trascurare e abbandonare la radio».
Nostalgia di quegli anni?
«Tanta, per la passione che ci mettevamo. Oggi tornerei a condurre un programma, magari di musica salsa, per raccontare un’esperienza musicale lunga che ha sempre accompagnato la mia vita. Basti pensare che nel mio Ipod ho scaricato oltre 5000 canzoni. Quelle che mi accompagnano nei miei viaggi di lavoro per gli eventi sportivi. Il cantante preferito? Paolo Conte».  A 30 anni di distanza, nessuno pensa più alle radio come radio libere, ma solo come radio commerciali. E purtroppo proprio le esigenze commerciali hanno livellato lo standard verso i gusti musicali più comuni, e hanno allontanato ogni velleità di sperimentazione e di pluralità.

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