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| Il ficodindia - tutto virtù, (difetto solo le spine) |
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| Scritto da Salvo La Spina |
| Giovedì 22 Maggio 2008 12:35 |
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Introdotto in Europa in età colombiana dagli spagnoli che lo importarono dal Messico, il fico d’India è presto diventato un elemento inscindibile nel panorama tipico del bacino del Mediterraneo, dove ha trovato le condizioni climatiche migliori per attecchire e svilupparsi - In Sicilia, in particolare, le “pale” di fico d’India crescono spontaneamente sui suoli sabbiosi e pianeggianti fornendo all’Isola frutti di alta qualità e pregio tanto che la nostra regione ne è, dopo il Messico, il secondo produttore mondiale. In Sicilia il ficodindia è coltivato in aree ben distinte: nella zona centro-orientale dell’Isola che fa capo al paese di San Cono, nel sud-ovest etneo nei territori di Belpasso, Militello, Paternò, Adrano e Biancavilla, nel Belice (zona sud-occidentale) dove la coltivazione di questa pianta interessa i comuni di Menfi, Montevago e soprattutto Santa Margherita Belice. Da agosto a Natale, dunque, l’Isola è un prolificare di questo esotico frutto che conta quattro diverse varietà: la gialla detta “sulfarina”, la rossa nota come “sanguigna”, la bianca denominata “muscarella” e quella dal tipico color arancio chiamata “moscateddo”. Il ficodindia appartiene al genere Opunzia (famiglia delle cactacee). Si presenta costituito da più fusti piatti chiamati pale che, insieme ai fiori e frutti tutti commestibili, sono un vero e proprio magazzino di sostanze nutritive. Il ficodindia contiene infatti una buona dose di vitamine come il potassio, ilmagnesio, il calcio, il ferro insieme a vitamine alle proprietà antiossidanti, come la vitamina A (sotto forma di betacarotene) e la vitamina C. Dispone inoltre di una varietà di amminoacidi (proteine di alta qualità) che insieme a minerali e vitamine ne fanno un alimento nutriente, ricco di fibre e con limitato contenuto di grassi. In estate maturano i frutti che variano, secondo la specie, per colore (verde, rosso o violaceo) e dimensioni (da 5 a 6 cm di lunghezza e da 2 a 3 cm di diametro). Hanno una forma simile a quella del kiwi e si vendono così come si raccolgono, nella loro buccia spinosa, o già sbucciati in vaschette sigillate. In primavera, dal corpo dei frutti nascono fiori di color giallo, arancione o rosa. Come le pale e i frutti, anche i petali dei fiori contengono sostanze attive ricche di proprietà curative, soprattutto flavonoidi. I fiori vengono raccolti, essiccati e venduti, sfusi o in bustine, sotto forma di capsule o di estratto liquido. Diverse sono le proprietà come rimedio antidiabetico... Alcune ricerche pubblicate su giornali specialistici hanno documentato l'efficacia dell'uso delle pale dell'Opunzia nel trattamento del diabete di tipo II. Per quanto riguarda gli effetti delle Opunzie sul metabolismo del colesterolo è stato provato che le fibre solubili (pectina) contenute soprattutto nel frutto, diminuiscono le concentrazioni di colesterolo. Esistono ricette che insegnano i principali usi del ficodindia a scopo curativo e non solo...anche in cucina il ficodindia viene utilizzato nella preparazione di marmellate, gelatine, bevande, dessert. In Sicilia, terra dove i fichidindia crescono spontaneamente, la polpa delle pale era tradizionalmente usata per riassorbire le contusioni, mentre i decotti avevano uno scopo diuretico ed erano impiegati per espellere i calcoli. Dalle vecchie “mavare” siciliane si è tramandato l’uso dei fiori di fico d’india per le qualità benefiche e terapeutiche, in particolare l’infuso dei fiori, raccolti ed essiccati, ha un effetto depurativo, facilita la diuresi e l’infiltrazione renale, unendoli alle foglie di malva il decotto diventa una pozione rinfrescante, tanto da essere bevuta presso gli “erbaioli”, mentre le “pale” spaccate ed infornate venivano usate per curare angine, tonsilliti, febbri intermittenti e malariche, alcuni affermano che utilizzata per il tumore alla milza da ottimi risultati, l’uso più comune e quello di essere usata per cataplasmi nelle contusioni, slogature e lussazioni.Tagliato a fette e disposto a colare, il succo del frutto con l’aggiunta di zucchero è efficace per la cura della tossi catarrali. La polpa del frutto bianco (muscaredda) è la migliore in assoluto, ma non è facile ad individuarla in quanto la buccia può essere color porpora o arancione, solo l’accorto venditore sa riconoscere il genere rivendicato. Come scegliere e preparare pale, frutti e fiori? Le pale (Ottime come cicatrizzante e antinfiammatorio) Vanno preferite le pale e i fusti più spesse e gonfie di linfa. Si possono cogliere in qualsiasi periodo dell'anno. Unica precauzione: indossare guanti di gomma e non avere braccia, collo e gambe scoperte, per non riempirsi delle minuscole spine che crescono sui fichidindia. Prima azione: scottare in acqua per 10-20 minuti. Così ammorbidite, è più facile pulire le pale, togliendo le spine, le parti ammaccate, secche o dure. Una volta tolta la buccia si può tagliare la polpa, frullarla e farne una purea da bere subito. I negozi di alimenti naturali potrebbero avere sia pale fresche, sia conservate in lattine e vasetti di vetro. Le pale di opunzia sono solitamente imbottigliate con il nome di cactus, opunzia o nopal. I frutti Il periodo migliore per la raccolta va da agosto a metà settembre. Per capire se il frutto è pronto per essere colto, valutare il colore della buccia, poi farlo ruotare (usare sempre i guanti), se si stacca facilmente è pronto. La buccia del frutto è priva di aculei ma ha numerose spine difficilmente visibili a occhio nudo, attenzione a quando si sbuccia il frutto perché è facile che le spine finiscano nella polpa. Meglio raschiare il frutto con una spazzola dura sotto l'acqua corrente e poi sbucciare. I fiori Da metà maggio a metà giugno fioriscono direttamente sul frutto. Vanno preferiti i fiori rossi, che hanno una concentrazione più alta di flavonoidi biologicamente attivi. Dopo averli essicati si possono utilizzare in infusione. Generalità: cactacee sempreverdi originarie del Messico, diffuse in gran parte del globo, soprattutto in Astralia e nel bacino mediterraneo. Hanno fusti eretti o leggermente prostrati, divisi in segmenti di grandi dimensioni, ovali, appiattiti, con diametro di 30-70 cm, carnosi, di colore verde brillante, detti generalmente pale; presentano poche spine acuminate, riunite in gruppi di 2-3, lunghe 4-5 cm; le piante adulte possono raggiungere i 4-5 m di altezza. Da fine primavera fino all'estate produce numerosi fiori a coppa, di colore giallo o arancione, disposti sui margini delle pale; ai fiori succedono i frutti, ovali, lunghi 10-15 cm, carnosi, spinosi, verdi, divengono rosso porpora a maturazione. L'intera pianta è commestibile, le pale generalmente si cuociono, mentre i frutti si mangiano crudi, dopo averli privati della spessa scorza spinosa. Esposizione: porre queste opuntie in pieno sole; possono sopportare temperature vicine ai -10°C, nei luoghi con inverni rigidi è bene porre a dimora le piante in luogo riparato, vicino ad un muro o sotto una tettoia; nei mesi più freddi dell'anno possono necessitare di essere riparate con tnt. Le opuntie si possono coltivare anche in contenitore, in modo da poterle portare al riparo dal freddo in autunno, in questo caso si mantengono di dimensioni contenute e difficilmente fruttificano. Annaffiature: le piante ormai a dimora da tempo in genere si accontentano delle piogge, anche se potrebbero necessitare di annaffiature in caso di siccità molto prolungata. Terreno: si adatta senza problemi a qualsiasi terreno, purchè sia ben drenato e sabbioso; non ama i terreni eccessivamente ricchi e umidi. Moltiplicazione: avviene in genere per talea, è sufficiente porre a dimora un'intero segmento di fusto, dopo averlo fatto asciugare per 12-15 ore, queste piante radicano molto facilmente. Parassiti e malattie: l'opuntia puo’ essere soggetta ad attacchi da parte della cocciniglia, infatti viene da molto tempo utilizzata per produrre il colorante alimentare estratto dalle cocciniglie, poi non necessita di trattamenti antiparassitari. La fioritura di questa pianta inizia in primavera ma i frutti più pregiati sono quelli tardivi che arrivano sulle nostre tavole a dicembre. Questi fichidindia sono i cosiddetti “bastarduna” o “scuzzulati”: in realtà non sono altro che i fichidindia nati dalla seconda fioritura, che si ottiene eliminando i primi frutti, più piccoli, e costringendo così la pianta a rifiorire. I “bastarduna”, meno numerosi, hanno però un valore di mercato più alto sia perché sono tardivi e dunque frutti invernali sia perché sono più grandi e senza semi. I fichidindia non perfettamente maturi sono chiamati invece “burduni” cioè bastardi da cui “bastarduni”, termine che derivando dal latino “burdo”, ossia mulo, animale appunto non puro. Ancora oggi, nel periodo della vendemmia, in tutta l’Isola è tradizione consumare fichidindia nella prima colazione: costume che deriva dall’antica usanza del proprietario della vigna che offriva questi frutti ai suoi vendemmiatori per impedire che mangiassero troppa uva durante il raccolto. I pregi di questo frutto sono legati a vari motivi ripeto: le pale di ficodindia non hanno bisogno di essere trattate con antiparassitari e pertanto i suoi frutti possono essere considerati naturalmente “biologici”. Ma le qualità migliori di questi frutti sono rappresentate dalle sue proprietà terapeutiche tanto che consumare fichidindia rappresenta un’ottima cura naturale per l’intero organismo. Il ficodindia è inoltre indicato anche quale integratore nelle diete dimagranti per il suo grande apporto di fibre, che danno un senso di sazietà, e come reidratante e rivitalizzante per chi svolge attività fisica intensa, sia sportiva che lavorativa. Contrariamente poi a quello che si pensa e spesso si fa, il frutto del ficodindia può essere consumato interamente: grazie alla minore percentuale di glucosio rispetto alla polpa e ad una maggiore di cellulosa e proteine, la famosa buccia di questo frutto possiede un alto valore nutritivo. Una scoperta “recente” che assomiglia a quella dell’acqua calda se in alcuni paesi della Sicilia era pratica comune nel passato cucinare le bucce fresche e addirittura essiccarle per poi consumarle più tardi o friggerle a cotoletta. |



Nella commedia in dialetto siciliano “L’area del Continente”, Cola Duscio scopre che la sua donna (Milla Milord alias Concetta Cafiso) che amava era “Carrapipana” (Caropepe-Valguarnera), e non una continentale e quando gustava i fichi d’india sputava i semi che contiene questo gustossimo frutto molto apprezzato in tutta la Sicilia. A parte la metafora, il vegetale spinoso è divenuto nei secoli il simbolo di una Sicilia arcaica e principalmente una consuetudine stagionale per quei siciliani che non sanno rinunciare a certe tradizioni culinarie, goloserie che vengono definite vulutarii.