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La Sicilia tra le due guerre Stampa E-mail
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Scritto da Salvo La Spina   
Mercoledì 21 Maggio 2008 01:00
Tra le due Guerre
Alla fine della prima guerra mondiale, la politica fascista porta avanti in Sicilia alcune opere pubbliche come strade, ponti, scuole, e nel 1923 un decreto legge stanzia fondi a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del 1908. Nel 1924, un decreto-legge sulle trasformazioni fondiarie di pubblico interesse che considerava il problema del latifondo, fu la miccia che innescò le procedure a seguire. Il 14 giugno 1925, Mussolini annunciando la "battaglia del grano" al fine di rendere indipendente l'Iitalia dalle importazione di cereali, spinse ad un incremento forzato della produzione del grano, che, come è noto, si pose a volte a discapito di altre tipiche colture. Con regio decreto 12 agosto 1925, n. 2034, fu costituito il consorzio per la fondazione ed il funzionamento della Stazione sperimentale di granicoltura "Benito Mussolini" per la Sicilia. Successivamente il regio decreto legislativo 19 novembre, n.2110 affida all'Istituto Vittorio Emanuele III il compito di "promuovere, assistere ed integrare in Sicilia, ai fini del bonificamento, con particolare riguardo alle trasformazioni fondiarie, l'attività di privati, singoli e associati, condizionandola con quella dello Stato". Nel 1928, e siamo qui entrati nel vivo della questione, con la legge n. 3134 sulla bonifica integrale, si dette inizio alle azioni di “Bonifica integrale” e si interveniva prima di tutte nelle zone paludose Pontine e il decreto del 13 febbraio 1933, n. 215 mediante un testo sistematico di 121 articoli farà della bonifica una disciplina completa, distinguendo gli interventi di competenza dei privati, sebbene con sussidi dello Stato, dagli interventi di competenza dello Stato. Tutta una politica dunque che in breve avrebbe portato alla trasformazione del latifondo. Il 2 Gennaio 1940 è la volta della Legge n.1, intitolata "Colonizzazione del latifondo siciliano", che istituisce l'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano in sostituzione dell'Istituto per il bonificamento della Sicilia, e che viene posto alle dipendenze del Ministero dell'agricoltura e delle foreste con il compito di assistere, sia tecnicamente che finanziariamente, i proprietari nell'opera di trasformazione del sistema agricolo produttivo o di procedere direttamente alla colonizzazione delle terre delle quali l'ente acquistasse la proprietà o il temporaneo possesso. Cominciarono da qui una serie di interventi come: i lavori di risanamento igienico, le sistemazioni idrauliche, la costruzione di strade, di acquedotti, di poderi autosufficienti dotati, dei Borghi rurali che sorsero in ognuna delle allora otto province di Sicilia, e di ben 2507 unità di case coloniche costruite (dato che risulta dal consuntivo del 1940-XVIII, del primo anno della bonifica, alla voce «case coloniche»). Le case che ancora oggi vediamo costellare come piccoli punti geometrici la vastità del territorio siciliano, nacquero dunque nel segno di una politica ben definita a livello di governo nazionale. I primi otto Borghi rurali, come le case, denominati spesso con il nome di un caduto delle guerre, vengono progettati da otto architetti siciliani. Non un prodotto casuale dunque, ma uno specifico intento progettuale sta alla base della costruzione degli otto borghi e delle case coloniche che da subito si rivelano come una azione a carattere ubanistico e architettonico. E' da sottolineare che lo scopo di ospitare i contadini “coloni” era prerogativa delle case coloniche, e non dei borghi, che si limitavano a contenere le sole abitazioni di chi era destinato a mantenere gli essenziali servizi di cui doveva essere dotato, e cioè la chiesa, la scuola, la casa sanitaria, la stazione dei carabinieri, le botteghe artigiane, i magazzini, l'ufficio postale. I Borghi rurali dovevano infatti essere funzionali alla riattivazione di aree distanti dai centri urbani o dai villaggi esistenti rese fertili dall'opera di bonifica, ed erano più o meno erano dotati di servizi, in base alla loro classe, (tipo A, B, C). Una delle difficoltà maggiori riguardo alla permanenza nelle campagne dei lavoratori era infatti quella della distanza dai centri rurali di rferimento, che disponevano di quei servizi essenziali per una normale vita sociale. Le distruzioni operate durante il secondo conflitto determineranno in Sicilia condizioni di impoverimento generale.
 Lo sbarco in Sicilia
La Sicilia fu prescelta per lo sbarco degli alleati per la successiva azione di invasione della penisola italiana. Il 10 luglio del 1943 gli Alleati sbarcano sulle coste meridionali dell'Isola, (tra Licata e la Maddalena) e, tra il 10 e l'11 luglio cadono Siracusa e la base navale di Augusta. Il grande dispiegamento di uomini e di mezzi posti al comando di Eisenhower, rompe la resistenza esercitata dalle quattro divisioni italiane e dalle due tedesche. In soli 10 giorni le truppe della settima armata americana e della ottava armata britannica conquistano due terzi dell'Isola. Palermo subisce pesanti bombardamenti e cede il 22 luglio. Dopo è la volta di Messina, dove le divisioni italiane Livorno e Napoli e il XIV corpo d'armata tedesco resistono fino al 17 agosto. A Cassibile, emissari del governo Badoglio firmano il 3 settembre l'armistizio con le delegazioni degli Alleati. L'avvenuto accordo viene diramato dal governo italiano solo cinque giorni dopo. La resa della Sicilia causa un duro colpo per il regime fascista, che la considerava inespugnabile. I danni causati dal conflitto avranno ripercussioni nella Sicilia del dopoguerra.
 Il Dopoguerra
Lo scoppio della seconda guerra mondiale, che ha come fronte primario il bacino del Mediterraneo danneggia ulteriormente le condizioni dell'Isola. Come documentano molte foto storiche relative al periodo che segue il II conflitto, le condizioni economiche dell'isola nell'immediato dopoguerra erano allo stremo. I danni causati dal conflitto, soprattutto alle forniture di energia, hanno causato forti ripercussioni in vari settori. Si trattava di recuperare intere aree degradate dai disastri della guerra, di ripristinare la fiducia nella gente stremata da anni di paure e condizioni di indigenza, di favorire le condizioni per una ripresa economica. Nel 1944, sorgono alcuni movimenti separatisti come ad es. il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, guidato da A. Finocchiaro Aprile. Il Governo Italiano il 15 maggio 1946 promulga con un decreto, (convertito in legge nel febbraio del 1948), uno Statuto, che sancisce per la Sicilia una autonomia regionale a statuto speciale. Nell'aprile del 1947 viene eletto il primo Parlamento regionale. Per finanziare progetti industriali e agricoli, viene creata la Cassa per il Mezzogiorno. Si prosegue in seguito alla “riforma agraria” anche nella costruzione di borghi rurali, di supporto alla coltivazione dei vari appezzamenti di terreno sorti in luogo dei latifondi. Tra gli anni '40 e '50 si erano infatti svolte alcune imponenti manifestazioni di braccianti agricoli siciliani che, rientrati dalla guerra, chiedevano a gran voce la distribuzione della terra dei latifondi. Nel 1944, il Governo emana, su proposta del ministro per l'agricoltura F. Gullo, un decreto al fine di ridefinire le quote di riparto nei contratti di mezzadria e prevedere la concessione delle terre incolte a cooperative di contadini. Nel luglio 1945, contadini e braccianti si mobilitano pertanto al fine di chiedere l'applicazione di tale decreto. Nel 1950, la Legge Regionale n.104, intitolata Riforma agraria in Sicilia comporta la nascita dell'ERAS, e dispone l'assegnazione a coltivatori diretti dei terreni eccedenti certe estensioni. Pertanto si perviene ad altre costruzioni di borghi rurali e dotazione di servizi. Ma, la politica agricola del secondo dopoguerra, intesa alla creazione della "piccola proprietà contadina", non portò a quel rafforzamento del tessuto agricolo sperato. Nell'immediato la riforma agraria allentò le tensioni sociali, ma non impedì il successivo fenomeno dell'abbandono delle campagne. Molti borghi restano disabitati e anche quelli del '40, dove si era innestato un modo di vita, vengono progressivamente abbandonati. Nel 1968 la valle del Belice è colpita da un terremoto devastante che colpisce molti comuni alcuni dei quali ne usciranno completamente distrutti. E' questo il caso di Gibellina, che sarà totalmente ricostruita addirittura in un luogo diverso dal suo nucleo originario. Nel luogo ove sorgeva la vecchia Gibellina, adesso restano alcuni ruderi e un'opera di arte contemporanea nel territorio, conosciuta come il Cretto di Burri, che vuole rappresentare la memoria tangibile di quel tragico evento. Nel 1977, lo Stato italiano trasferisce le competenze primarie in materia di tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale alla Regione Siciliana insieme alle province autonome di Trento e di Bolzano.
Nelle principali città dell'isola prosegue una inarrestabile crescita urbana, a volte caotica e senza regole, forgiando degli spazi periferici spesso privi di qualità. Molti comuni in assenza di piano regolatore acconsentono alla costruzione in aree non idonee ad una urbanizzazione. Palermo si sviluppa lungo le sue maggiori direttrici e ingloba molti nuclei di borgate storiche al suo interno. Il Centro Storico della città, uno dei più interessanti e ricchi di testimonianze architettoniche d'Italia, conosce un periodo di progressivo degrado, che cessa solo intorno agli anni 1980/90 in seguito alle numerose iniziative di recupero che conferiranno al centro storico della città, una nuova immagine. Analoghi episodi conoscono molti altri Comuni dell'isola. Anche il patrimonio ambientale, ora definito paesaggistico, conosce attraverso l'istituzione dei Parchi, - i più noti dei quali sono quelli delle Madonie, Nebrodi e dell'Etna-, una adeguata rivalutazione. È stata infatti superata la visione tradizionale in chiave di protezione del paesaggio come “quadro naturale”, e si è affermata una visione di paesaggio come forma del territorio, in un movimento continuo, in cui l'uomo modifica il paesaggio e ne è esso stesso modificato. L'identità della comunità, che il paesaggio racchiude in sé, diventa un punto nodale per la conoscenza, l'interpretazione e il progetto del territorio. La situazione di recupero relativa ad alcune aree dell'isola, che hanno nel passato conosciuto il devastante fenomeno della speculazione edilizia, è quella che si è presentata e si presenta tuttora come la più difficile. Un caso emblematico quello relativo ad alcuni tratti di costa, che ancora oggi si presentano offese dalla presenza di zone di urbanizzazione selvaggia, costituita prevalentemente da abitazioni ad uso stagionale. Altro caso emblematico quello della “Valle dei Templi”, che comunque non si presenta, come spesso è stato pubblicizzato, in cattivo stato. Si tratta anzi di uno dei parchi di istituzione più antica, che si qualifica come uno dei meglio conservati nel suo complesso. Le situazioni di abusività si riferiscono infatti ad alcuni specifici casi manifestatisi al di fuori delle regole, all'esterno dell'area del Parco. Tali episodi, disturbando l'unitarietà visiva dell'area archeologica se osservata da alcuni punti di vista, sono stati eliminati da interventi mirati di demolizione. Oggi si cerca di riparare ad alcuni errori commessi nel passato e di attuare politiche di recupero per la salvaguardia complessiva del paesaggio siciliano inteso come sintesi di componenti visive, simboliche, naturali e antropologiche.
 

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