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La catastrofe poteva essere evitata Stampa E-mail
Scritto da Carmelo Nicoloso   
Lunedì 21 Novembre 2011 12:52

Maggior rispetto per la natura garantisce a tutti un futuro migliore.
Effetto BoscoLa catastrofe dell’autunno 2011 avrebbe dovuto essere prevenuta ed evitata, ritorna in mente a noi siciliani la terribile alluvione del 2009 a Giampilieri.
Le improvvise piogge torrenziali nell’ Appennino Ligure, avrebbero creato comunque non pochi seri  problemi, ma un’oculata e attenta pianificazione e tutela del territorio, sulla base di esistenti dispositivi di monitoraggio, avrebbe evitato immediati diluvi di fango con danni enormi e vittime innocenti, come era gia’ avvenuto nel messinese durante l’alluvione del 2009.
Queste sono le conclusioni cui è giunto il Comitato Parchi, dopo aver studiato a fondo la situazione, e riscontrato i fatti obiettivi. 

1.- Nelle analisi a caldo, tutti hanno giustamente insistito su alcune cause ormai evidenti :mutamento climatico, prevenzione inadeguata, anarchia urbanistica, abusivismo imperante, cementificazione dei fiumi, edilizia negli alvei e nelle golene, e via dicendo. Gli esperti meteorologi e geologi interpellati sono concordi e non si può che dar loro ragione.

2.- Nessuno però  va oltre, alzando lo sguardo a monte, per controllare come sono ridotte le pendici delle valli dopo decenni di tagli eccessivi, su cedui esangui esposti a dilavamenti costanti, né si concentra abbastanza sul ruolo che sponde ricche di vegetazione riparia e bacini di espansione naturale possono esercitare per attenuare l’impeto delle piene.

3.- Al contrario, viene implicitamente prospettata una assurda mistica del “bosco pulito”, ordinato e governato dall’uomo, denudato del sottobosco e privo di legname caduto in disfacimento, ma sottoposto a brevi e intensi tagli periodici a scopo di profitto immediato, che lasciano sui suoli acclivi pochi radi alberelli, con perdita progressiva e irreversibile di suolo fertile, acque e biodiversità.

4.- Anche quando si evoca il rimboschimento, non ci si spinge oltre a “coniferamenti”    puri e semplici, validi tuttalpiù come interventi preparatori, ma poi nella pratica abbandonati a se stessi; ma trattandosi di essenze resinose talvolta neppure autoctone,   a radici non profonde, esposti poi a fattori avversi come l’assenza di rinnovazione, gli smottamenti ripetuti  e i frequenti incendi, non solo estivi.

5.- E’ pur vero che, nell’entroterra, molti terreni di quota venivano in passato coltivati,   con un paziente controllo di muretti di contenimento e canaletti di deflusso delle         acque, mentre oggi risultano abbandonati; ma proprio questo avrebbe suggerito, se non imposto, una loro graduale rinaturalizzazione, accompagnando e accelerando i processi evolutivi della vegetazione spontanea, evidenti dopo la fuga dalla montagna.

6.- In sostanza, nessuno ha sollevato lo sguardo indagatore là dove iniziano le colate di fango che poi cresceranno a valanga lungo la discesa verso il mare, né ha messo adeguatamente a fuoco la mancanza di un consistente manto forestale integro e non eccessivamente sfruttato, prezioso per smorzare la furia delle acque, e poi restituirle gradualmente a un meno violento scorrimento verso il basso, dove si trovano oggi i principali centri abitati.    

 In un solo colpo d’occhio, si potrebbero raccogliere dal cielo le immagini del bosco depauperato, dei corsi d’acqua violentati, della stradomania dilagante, dei tagli degli  alberi più grandi e maestosi, degli incendi dolosi e colposi antichi e recenti, della costruzione di case, ville, officine e capannoni là dove non avrebbero mai dovuto sorgere.      
 
Il Comitato Parchi, nelle ultime settimane, è stato sommerso da segnalazioni, quesiti e richieste sulle vere ragioni del disastro, e sulla effettiva validità      della conduzione delle Aree protette nel nostro Paese, soprattutto per ciò che riguarda l’Appennino. Ma è bene precisare che, se qualora emergessero      in casi particolari inadempienze specifiche, ciò non esimerebbe le Autorità governative e ministeriali dai loro compiti di vigilanza: e in caso di inerzia –  a vent’anni dalla creazione dei Parchi Nazionali nel nostro Paese – una parte della responsabilità potrebbe ricadere anche su di loro.    

Non compete al Comitato Parchi svolgere inchieste o emettere frettolosi giudizi  sull’accaduto e sulle gravi colpe omissive che lo hanno reso possibile. Ma certamente è dovere morale e civico di tutti segnalare questa emergenza alle Autorità di controllo, ai mezzi di informazione e a tutti coloro che finora si sono mostrati troppo distratti o reticenti su questi temi vitali per la collettività.  

ECCO L’ANTIDOTO ALLE ALLUVIONI

Un ecosistema forestale integro, sano e variato non significa solo alberi coetanei e allineati, piantati artificialmente, come avviene nei cosiddetti “coniferamenti”. Comprende oltre allo strato arboreo, vario e irregolare, anche quello arbustivo, erbaceo e muscinale. Con il potere frenante della volta forestale e degli strati inferiori, e con la permeabilità  della ricca lettiera, resa porosa dall’incessante opera della fauna del suolo (pedofauna), il manto forestale riduce il deflusso superficiale delle acque, ne favorisce la infiltrazione e ne aumenta il tempo di scorrimento verso il mare (corrivazione). Evita quindi la discesa immediata e precipitosa dei torrenti in piena, e rende molteplici utilità  ben distribuite nello spazio e nel tempo. (Tavola didattica ideata pubblicata dalla Relazione scientifica di Franco TASSI, Un’alluvione di fango, De Rerum Natura, anno III, n° 11-12, Edizioni Cogecstre, Penne 1995, qui riprodotta per gentile concessione del Centro Parchi Internazionale).    

 

 

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