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Il termine Ecomuseo e' stato coniato da Hugues de Varine Bohan, sintetizzando un’idea nata nel 1966, per coniugare una concezione e una visione globale della storia, con l’attenzione crescente nei confronti del territorio. Erano gli anni in cui in Francia prendeva avvio la politica delle aree protette regionali e gli ecomusei divennero lo strumento per dare risposta all'esigenza di concepire i musei da un punto di vista ecologico, considerando lo sviluppo della vita culturale ed economica di un'area a parco, coinvolgendo anche emotivamente le popolazioni delle aree protette. Fu nell’incontro di Lurs che Hugues de Varine, Serge Antoine, Jean Blanc, George Henry Riviére inventarono il concetto di ecomuseo, per dare una prospettiva all’evoluzione concettuale del museo del territorio consolidatosi nella tradizione del nord ed est Europa. Le prime realizzazioni furono messe a punto nell’isola di Ouessant, al largo delle coste bretoni, nella Grande Lande di Guascogna, a Le Creusot, cuore minerario della Borgogna. In Italia l’ecomuseo compare in maniera sporadica, come ad esempio il Museo della Montagna Pistoiese (1989), affidato all’intuizione di esperti accademici locali. In questo senso si può supporre che pur conoscendo le esperienze francesi, nel nostro paese si sia prodotto un tentativo di congiungersi e riallacciarsi a quel dibattito più che a trasferire il modello d’oltralpe. In precedenza, pur senza fare riferimento al concetto di ecomuseo, sul territorio si stavano organizzando proposte similari, come quello del Museo Storico Naturalistico della Valmalenco che risale al 1970.
Nel 1984 la Regione Basilicata promuoveva un convegno internazionale di studio per l’istituzione dell’Ecomuseo del Pollino area interessata anche da un progetto di parco nazionale; nello stesso anno prendeva consistenza il progetto svizzero, in Canton Ticino, dell’Ecomuseo della Valle di Muggio. La prima legge in Italia e’ quella della Regione Piemonte del marzo 1995, che fa ampio riferimento ai concetti originari delle scuola francese. In realtà nel nostro paese erano gia’ avviati progetti ecomuseali, come quelli della Provincia di Pistoia e della Regione Friuli Venezia Giulia per un’esperienza in Carnia. Nel caso della legge piemontese, la proposta ecomuseale si innestava su una politica delle aree protette, forte e condivisa, con la necessità di interazione tra ambiente naturale e ambiente sociale pienamente presente. La normativa piemontese fu ripresa dalla Provincia Autonoma di Trento nel 1997, seppure, prima era stato gia’ avviato il Museo della Gente Ladina della Valle di Fassa, esempio del concetto di ecomuseo. La situazione attuale sugli Ecomusei non appare tanto più nitida rispetto a una confusione terminologica e di modello che l’esperienza italiana racconta. Il problema rimane, a tutt’oggi, irrisolto sia nelle realtà internazionali che nazionali e locali, tanto che abbiamo ecomusei confinati nel territorio di un comune o di una frazione, altri allargati ad ambiti provinciali o regionali. D’altro canto è pur vero che rispetto alla definizione originaria restano concetti difficilmente codificabili per una realtà che di fatto rappresenta la diversità e la varietà del paesaggio umano sociale, economico e culturale del nostro paese. Non solo dunque dubbi sulla dimensione, ma anche sul concetto di rappresentanza della comunità; sul livello di partecipazione necessario per riconoscere la condivisione del progetto; su quali garanzie di minima sono indispensabili sotto il profilo scientifico; sulla reale necessità di linguaggi espressivi confrontabili; sul ruolo degli esperti o di presunti “certificatori”; sull’eventualità e accettabilità del confronto con le regole del “mercato culturale o turistico”; sulla vera missione: rivolta agli abitanti piuttosto che ai “clienti” e su quale possibile o impossibile, auspicabile o deprecabile ricerca di equilibrio tra le diverse esigenze e la loro eventuale conciliabilità. Sicuramente quest’articolo pone l’attenzione sugli Ecomusei, ma e’ importante indicare atre entita’ strutturali presenti prevalentemente nell’aree protette del nostro paese, che in ambito territoriale si rapportano attivamente per lo sviluppo culturale e socio economico non solo nei parchi, si tratta dei “centri natura” avviati dal professor Franco TASSI, direttore storico del Parco Nazionale d’Abruzzo, il quale ha operato con grande successo, per molti anni, nel campo dei Parchi e della Conservazione della Natura in Italia e all’estero. Oltre ad aver posto le basi per la creazione di un moderno “sistema” di aree protette nel nostro Paese, ha creato i primi Centri di Visita dei Parchi per il pubblico italiano e straniero delle più diverse estrazioni e provenienze, trasformandoli poi gradualmente in veri e propri Centri Natura vivi e dinamici. A lui abbiamo posto alcune domande, prendendo lo spunto dal concetto di Ecomuseo, che come è noto è stato importato dall’estero.
Come deve essere concepita una struttura per il pubblico del Parco?
Credo che la cosa più importante sia renderla attiva, attraente, in grado di incuriosire il pubblico di ogni età e origine. Superando il concetto tradizionale del classico Museo, costituito da raccolte poco gradevoli di oggetti o animali imbalsamati, con scritte piccole e poco comprensibili, in un linguaggio per i soli addetti ai lavori. Invece un Centro Natura racconta la storia, riflette la realtà attuale, aiuta a orientarsi verso un futuro più rispettoso dell’ambiente: offre insomma le informazioni più aggiornate e meno noiose sul mondo che ci circonda, che è la nostra unica casa e fonte di vita, ma che purtroppo stiamo progressivamente deteriorando. Proiezioni, programmi interattivi, raffronti tra culture: informazione variegata anche a livello internazionale, ma soprattutto educazione, comprensione e tutela della natura.
Siamo certi che un Centro così avrebbe successo con il pubblico?
Posso rispondere con un esempio: quando la cultura dell’ecologia era appena agli albori, trasformammo un edificio e giardino abbandonato di Pescasseroli in quello che sarebbe diventato il luogo più visitato dal nascente ecoturismo. Partito come Museo naturalistico, Parco faunistico e Giardino appenninico, prese il nome di Centro Natura, e al suo modello si ispirarono, in un modo o nell’altro, tutti gli altri Centri. Ma già negli anni Settanta era diventato, come si constatò con sorpresa dalle statistiche ufficiali, uno dei Musei più visitati del settore: con oltre 200 mila ospiti l’anno, secondo solo al ben più grande e famoso Museo di Storia Naturale di Milano.
Quali sono gli ingredienti essenziali per creare un prodotto valido?
Credo si possano spiegare con poche parole: superare i limiti tradizionali, avere capacità innovativa, andare incontro alle esigenze più avanzate del pubblico, suscitare curiosità, emozione e impegno, usare un linguaggio competente ma sempre comprensibile: quello proprio della divulgazione chiara e semplice, ma su seria base scientifica. Qualcosa che sembra invece mancare in gran parte delle strutture del nostro Paese.
Vi sono stati altri esempi successivi di Centri analoghi, e dove?
Limitandoci a considerare per ora il Parco d’Abruzzo, l’idea dei Centri Natura si è mostrata prolifica, perché visto il successo della prima realizzazione (per esempio con il turismo scolastico: in certi giorni di primavera arrivavano oltre cento pullman di gruppi organizzati, causando persino problemi di traffico), ogni Comune avrebbe voluto averne uno identico. La nostra strategia fu però molto stringente: un Centro Natura si poteva sicuramente creare, ristrutturare e allestire, magari in una vecchia scuola abbandonata o in un edificio storico posti a diposizione dai Comuni, purchè però ogni luogo privilegiasse una propria tematica specifica. Sorsero così i Centri Lupo, Orso e Camoscio, adiacenti alle omonime Aree faunistiche, dove si potevano ammirare questi animali in stato di semi-libertà: ma poi anche un Centro Internazionale, e Centri Natura, Verde, Insetti e Animali misteriosi, e via dicendo.
Ma le comunità locali come reagivano a questi interventi?
All’inizio non mancarono certo ostacoli e diffidenze, ma poi il clima cambiò: a far sciogliere il gelo fu il coinvolgimento di giovani locali con ogni forma di impiego temporaneo, apprendistato, reclutamento, e di giovani volontari italiani e stranieri: così si creava scambio di idee, lavoro e emnsa comune, affiatamento, e nasceva un clima splendido di sostegno per il vero Parco. In altre parole, l’attrazione di interesse, turismo e volontariato qualificato proveniente dalle aree metropolitane sviluppate (zone forti) verso i centri interni (zone deboli) stimolava un benefico flusso positivo economico, ma non solo. Vi era un flusso culturale (circolazione di idee) e sociale (nuove conoscenze) che pian piano finiva col rendere i giovani locali non contrari, ma favorevoli alla tutela del Parco, e in definitiva orgogliosi della propria identità.
Qualche esempio concreto di stimolo ambientale positivo?
Nel Centro Natura era un continuo susseguirsi di proiezioni, conversazioni e dibattiti, aperti al pubblico più vario. Comparivano regolarmente le ultime novità sulle ricerche in corso, e frequenti riferimenti agli altri Parchi del mondo. Era stato installato accanto alla finestra anche un alveare trasparente e ben visibile: le api uscivano all’aperto attraverso un tubo, raccoglievano nettare e polline e poi producevano il miele. Una vetrina animata illustrava in modo comprensibile a tutti la catena alimentare, fondamento dell’ecologia. Era in allestimento anche la parte finale, uno sportello da aprire prima di andar via, con una grande scritta: qual’è la causa dello sfacelo ambientale? Chi lo apriva si trovava di fronte a uno specchio, che rifletteva la sua stessa immagine. E capiva finalmente le grandi responsabilità dell’uomo nei confronti del mondo vivente e di quella Terra Madre, di cui non potrebbe mai fare a meno.
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